QUALE 25 APRILE?

QUALE 25 APRILE?  di Luciano Vacca

La festa del 25 aprile, la festa della Liberazione dall'oppressione nazi-fascista, non può non farci pensare al difficile momento presente, a quello che stiamo vivendo in questi giorni: il tempo del coronavirus. A tutto quello che ci ha rubato il virus: ci ha tolto la parte umana, l'unica per la quale vale la pena vivere: la vita sociale. Incontrare persone, andare al cinema, al teatro, godere delle opere d'arte, sbirciare i titoli dei libri nelle librerie. Ci ha rubato i tramonti sugli orizzonti dei mari o quelli veloci sui picchi delle montagne. Ci ha rubato lo studio nel silenzio delle biblioteche. Ci ha rubato il caffè preso di sfuggita con gli amici nei bar della modernità. Sembra un boomerang che si è ritorno contro di noi.

Dobbiamo pensare, dobbiamo avere il tempo per pensare a quello che è accaduto. Dobbiamo pensare alla nostra vita, ma soprattutto alla vita che hanno perso i nostri vecchi, proprio quei vecchi che hanno combattuto la guerra di Liberazione. Dobbiamo pensare a come li abbiamo trattati alla fine  della loro vita: facendoli morire nell'isolamento totale e meno male che qualche animo gentile li ha accarezzati mentre morivano intubati sui lettini.

E' necessario sempre contestualizzale qualsiasi anniversario, in particolare quello che definisce uno stacco da un nostro passato come quello del fascismo. E' necessario mostrare e non in modo solo rituale la differenza tra il vivere nella Democrazia e il vivere sotto il tallone del Fascismo, oppure perché aver lottato, perché tanti morti per la Libertà.

Quella generazione che ha lottato per la nostra Libertà come l'abbiamo trattata? Questa è la domanda da farsi e soprattutto dobbiamo cercare di darci una risposta. Quella generazione ha lottato per aver un sistema sanitario che quando c'è ne stato bisogno, invece, ha collassato? Quella generazione, gli ultimi di quella generazione li abbiamo fatti morire (mentre scrivo, ancora muoiono nell'ipocrisia generale) quelli che hanno lottato per un mondo, per una Italia dove il lavoro corrispondesse a morire?

Oggi non possiamo scendere in piazza e festeggiare la Liberazione, ma chi ne avrebbe avuto voglia. Una guerra stiamo combattendo in queste ore che ci tiene occupati continuamente. Proprio per questo, qualche riflessione in più possiamo farla e pensare al tempo che è passato dal 25 aprile del 1945, dal giorno in cui, appunto, sono scesi i partigiani dalle montagne ormai vincitori e le forze alleate marciavano nella nostra Italia spazzando via definitivamente gli oppressori.

Il 25 aprile mi sorgono queste domande che mi scuotono, che generano sentimenti contrastanti dentro di me: ma soprattutto una rabbia crescente. Non era questo il mondo che volevano quelle generazioni, torturate ed uccise nei comandi fascisti e nazisti e che abbiamo acclamato nelle strade delle città, dove tutti eravamo diventati antifascisti.

Quindi basta con l'ipocrita farsa dell'italianità, del siamo tutti italiani, tutti uguali, ma basta anche con le farse che ci vogliamo "tutti bene" o che "andrà tutto bene", perché non è andata affatto bene e non lo è andata da quel primo 25 aprile, quello del 1945. C'è stata una sorta di continuità con il passato. Ed è tutta colpa nostra, non di altri, non dell'Europa, della globalizzazione, ma solo nostra!

Comunque viva la festa della Liberazione se non abbiamo altro a cui aggrapparci in questo terribile momento!

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